A Guide to All Creative Directors

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La stampa italiana non sa raccontare Sanremo

E perché il giornalismo italiano è un paese per vecchi

La stampa italiana non sa raccontare Sanremo  E perché il giornalismo italiano è un paese per vecchi

Ieri sera Gaia, cantante in gara a Sanremo 2025, ha pubblicato una story su Instagram con la canzone Maggio Se Ne Va di Pino Daniele. Se per molti il brano del cantautore napoletano non è altro che un capolavoro, chi ha seguito l’ultima puntata di Domenica In sa che il post dell’artista si tratta a tutti gli effetti di una frecciatina. Ieri pomeriggio, tutti i concorrenti della 75esima edizione del Festival sono stati ospiti di Mara Venier al teatro dell’Ariston, dove si sono confrontati con giornalisti e opinionisti del settore sulla settimana appena trascorsa. Tra questi Davide Maggio, critico televisivo, noto soprattutto per uno spiacevole commento indirizzato al fisico di Emma Marrone in un’edizione precedente del Festival (a quanto pare non si poteva mettere le calze a rete), che ha fatto ciò che la stampa italiana sa fare meglio: alzare polveroni sul nulla. Tra i momenti più spiacevoli della puntata firmati Maggio troviamo quando ha fatto notare all’artista Gaia di essere arrivata ultima nella classifica al televoto (un siparietto che ha sollevato l'indignazione del pubblico e l’intervento di Venier, che ha difeso la cantante) e quando ha insinuato che Elodie, durante l’ultima sera, fosse arrabbiata perché qualcuno dal backstage le ha strappato il vestito. «Ma ti pare che devo litigare con Davide Maggio?» ha ruggito la cantante di Dimenticarsi alle 7 mandando in delirio il pubblico del teatro e i social. Elodie ha poi sottolineato che le artiste donna, come sempre, vengono prese in considerazione solo per i gossip e non per il loro valore artistico. Insomma, nulla di nuovo sul fronte sanremese: ancora una volta la stampa è insensibile, meschina, attenta solo ai particolari meno interessanti del Festival. Mentre gli spunti emersi questa settimana erano tantissimi e ricchi di potenziale, ha preferito ancora una volta la retorica di basso livello a cui purtroppo siamo abituati. Ma ritorniamo alle sere della kermesse e facciamo un po’ di chiarezza. 

Per capire che la stampa italiana soffre di tossicità non bisogna guardare molto lontano. Mentre tutti i cantanti del Festival vivevano una sana competitività, quest’anno persino celebrata con duetti tra artisti in gara durante la serata delle cover, sui social e sui giornali di gossip si cercava lo scoop. Prima le domande volutamente di cattivo gusto ai cantanti e ai co-conduttori in conferenza stampa («Lo mandi un bacio a Giorgia Meloni?» forse la frase più imbarazzante di tutta l’edizione), poi le critiche a Tony Effe per le solite ragioni di cui piace discutere ai giornalisti nostrani, ossia i tatuaggi, le parolacce nelle canzoni e la voglia di ripulirsi per il Festival, con la famosa frase «Ma allora forse in te c’è un po’ di buono» a conferma di quanto quelli che dovrebbero essere esperti di musica in realtà non conoscono neanche il rap italiano. Persino durante il famoso caso della collana, giornali e media si sono soffermati sull'irascibilità di Tony Effe invece che sugli aspetti più interessanti della questione, come la relazione tra brand e Sanremo, tra loghi e riconoscibilità nonché l’influenza degli sponsor sullo show stesso. È possibile che l’unico scopo dei giornalisti sia fare arrabbiare i personaggi pubblici? La cosa più divertente è che, dopo tutti i commenti sarcastici e gli articoli contro il bad boy della kermesse, sia nel caso di Gaia che di Elodie, sia nel caso del «bacio a Giorgia Meloni» chiesto a Geppi Cucciari che in quello della collana di Tony Effe, il pubblico e i social hanno dato ragione alla parte lesa. 

Se tutte le questioni più popolari della settimana sanremese non bastano a confermare la decadenza, la tossicità e la senilità della stampa italiana, forse occorre riportare ciò che succede in sala stampa al Festival. Alcuni dei commenti pronunciati dai giornalisti (e non) durante lo show rendono chiari i danni che i media stanno procurando non solo alla musica ma alla cultura italiana intera. Partiamo da «questa è la pornografia della musica», affermato durante l’esibizione di Rose Villain durante la finale, o ancora «Chi è? Sono tutte uguali» in riferimento a Clara. Era come se i presenti fossero arrivati per caso di fronte agli schermi di Sanremo e non sapessero neanche cosa stavano guardando, tirando fuori commenti come «Avrei detto Bresh, invece è Tedua» e «Scusi il Volo quando cantano? Ah non cantano?» che invece di strappare un sorriso fanno corrugare la fronte. Vi risparmiamo le argomentazioni più sessiste e misogine della serata (saranno stati i gin tonic o la goliardia del momento ma erano davvero tanti), ma una delle scoperte più gravi di sabato sera è stata che la maggioranza della sala stampa non aveva la minima conoscenza (tantomeno l’interesse di approfondirla, a quanto pare) degli artisti in gara. Non a caso, i riferimenti più ricercati nei confronti degli artisti erano tutti stantii, come «Molto Vasco Rossi al femminile» per Noemi, «Lei è mood Anne Hathaway in Cat Woman» per Elodie (perché in sala c’erano anche dei seri fashion editor), e «una Nina Zilli» per Joan Thiele. La ciliegina sulla torta (questa la riportiamo per farci due risate) è stata la storpiatura dello slang contemporaneo: «Alessia Marcuzzi sta cringiando».

 

È normale che a Sanremo si vogliano cercare gli scoop a tutti i costi, così come è normale che gli artisti si ribellino alla stampa; fa parte del gioco. Il problema evidente emerso questa settimana, però, è che l’attenzione dei giornalisti è stata mal indirizzata. I temi da esplorare erano tantissimi, dalla salute mentale dei cantanti (ricordando la scelta di Angelina Mango, vincitrice dell’ultima edizione, di ritirarsi dalle scene alla titubanza di Olly nella decisione di partecipare al prossimo Eurovision Song Contest a causa dello stress) alla rappresentazione femminile al Festival, passando per i punti di domanda che avvolgono il successo del management di Marta Donà (sui social non si parla d’altro da due giorni). Insomma, sarà anche vero che i programmi televisivi che hanno più successo in Italia sono gli show trash che producono meme e drama a gogo, ma il pubblico non è così stupido come sembra e i giornalisti dovrebbero impararlo. Che siano critici televisivi o esperti di musica, il loro mestiere è fare informazione, non costruire polemiche su una parolaccia di troppo di cui, oltretutto, sapevamo già l’esistenza. È comprensibile che un Festival conservatore (ricordando l’incredibile scenografia rosa realizzata unicamente per l’ingresso sul palco delle co-conduttrici donna o gli aggettivi «padre» e «madre» usati da Carlo Conti come più alta forma di riconoscimento) abbia invitato solo giornalisti stagionati, ma forse qualche giovane in più - e non parliamo di età - non avrebbe fatto così male.