A Guide to All Creative Directors

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La pressione sociale sta rallentando i prodotti alcol-free

E la Gen Z è quella che accusa maggiormente la cosa

La pressione sociale sta rallentando i prodotti alcol-free E la Gen Z è quella che accusa maggiormente la cosa

Negli ultimi anni, il mercato delle bevande a basso o nullo contenuto alcolico è cresciuto molto, trainato dalla sempre maggiore consapevolezza dell’importanza di avere uno stile di vita sano. Grandi firme come Heineken o AB InBev, il cui portfolio include molti marchi di birra, hanno investito molto nel lancio di nuovi prodotti alcol-free per cavalcare questa tendenza, che in parte ha coperto la recente diminuzione di interesse nei confronti della birra – il cui mercato globale è diminuito dell’1% nel 2023. A sostenere la domanda di bevande analcoliche è invece il desiderio di continuare a gustarne il sapore senza subire gli effetti dell’alcol. Le preoccupazioni riguardo al calo di interesse dei giovani verso l’alcol si concentrano in particolare su birre e superalcolici, soprattutto nei Paesi anglosassoni. Negli Stati Uniti, a partire dal 2010, è nato il movimento “sober curious” che promuove una riduzione o un rifiuto del consumo di alcol per migliorare il benessere psico-fisico. Nel Nord Europa, invece, la questione è legata a tradizioni di consumo diverse rispetto all’Italia, alla Francia o alla Spagna, dove il bere è maggiormente associato alla degustazione e alla convivialità, piuttosto che alla quantità.

Come riporta il Financial Times, secondo una ricerca condotta dall’Università di Oxford, sempre più persone, nei momenti di socialità, sono aperte alla possibilità di consumare bevande a basso contenuto di alcol, se non del tutto prive. Lo studio – basato su un campione di oltre 11mila adulti di età differente, provenienti da Regno Unito, Stati Uniti, Spagna, Giappone e Brasile – ha rilevato che il 68% degli intervistati ha provato bevande low o no-alcol, mentre l’80% ritiene che consumarle sia maggiormente ben visto rispetto a cinque anni fa. Tuttavia, come sostiene Charles Spence, professore di psicologia presso l’Università di Oxford e autore del rapporto, «nonostante una maggiore accettazione sociale nei confronti di chi non beve alcol, è evidente che queste persone siano ancora vittima di pregiudizi». In sostanza, la pressione sociale potrebbe contribuire a rallentare la spinta del mercato delle bevande alcol-free. 

Quali sono i limiti del mercato alcol-free

Secondo lo studio dell’Università di Oxford, la Gen Z – tra tutte le fasce d’età prese in considerazione – è quella che sente maggiormente la pressione sociale collegata al bere analcolici: oltre un terzo degli intervistati nati dopo il 1997 ha dichiarato sentirsi obbligato a bere alcol in contesti sociali. Rispetto alle donne, gli uomini sembrano subire di più questa dinamica: il 38% di loro sostiene che consumerebbe bevande a basso contenuto alcolico solo se anche i propri amici lo facessero. Inoltre, il 21% ha detto di aver ricevuto almeno una volta una forma di critica per aver scelto di ordinare una bevanda analcolica. Oltre alle dinamiche sociali, uno degli aspetti che allontanano i giovani dai drink alcol-free è il prezzo, spesso più alto rispetto alle alternative alcoliche. Il costo elevato di queste bevande, nonostante siano perlopiù composte da acqua, ha diverse cause. Innanzitutto, è proprio l’assenza di alcol a influire significativamente sul prezzo. L’alcol è un solvente eccellente per estrarre aromi dalle “botaniche” utilizzate nei distillati, mentre l’acqua è decisamente meno efficace. Per produrre un gin analcolico, ad esempio, la quantità di sostanze aromatiche necessaria può essere fino a nove volte superiore rispetto a quella di un gin tradizionale. Inoltre, l’alcol è un ottimo conservante, e la sua assenza rende i distillati analcolici più delicati alle temperature esterne: molti richiedono refrigerazione e devono essere consumati entro pochi mesi dall’apertura, cosa che contribuisce ad accrescere i costi di produzione e distribuzione. Un altro fattore che incide sul prezzo di vendita ha a che fare con la percezione dei consumatori: un prodotto che si propone come alternativa a un piacere etichettato come “trasgressivo” – come può essere il consumo di alcol – rischierebbe di perdere valore se venduto a un prezzo troppo basso, risultando meno gratificante. Al contrario, un costo elevato contribuisce a posizionare il prodotto come un’alternativa di qualità, mantenendone l’attrattiva e, paradossalmente, favorendo una riduzione del consumo di alcol, che in confronto appare meno esclusivo.

Negli Stati Uniti la legge stabilisce che la soglia per definire analcolica una bevanda è di 0,5 gradi. In Italia è di 1,2 gradi e in altri Paesi ancora diversa. Questa differenza non influisce solo sulla classificazione dei prodotti, ma anche sulla loro conservazione e sul processo di produzione. Bevande con una maggiore percentuale di alcol, come consentito in Italia, possono avere una durata maggiore e meno esigenze di refrigerazione, ma potrebbero non essere considerabili in altri Paesi come "totalmente analcoliche", complicando la loro commercializzazione. Nel frattempo, si prevede che il settore degli analcolici o a basso contenuto di alcol crescerà del 4% nei prossimi quattro anni nei 10 mercati chiave del settore. Le vendite dei soli prodotti analcolici, invece, dovrebbero aumentare di almeno 7 punti percentuali.