
Il punto di vista è fondamentale ne I ragazzi della Nickel
Il film candidato agli Oscar arriva dal 27 febbraio su Prime Video
02 Marzo 2025
I ragazzi della Nickel non è il primo film in soggettiva. È però quello che, più di tutti, ne ha fatto un segno stilistico che fosse scollegato da contaminazioni inter-mediali o altri supporti narrativi (come obiettivi o telecamere), mettendo lo spettatore in prima persona non come se fosse davanti ad un videogioco, ma facendogli vestire l’epidermide stessa dei personaggi. È questo lo scarto tra l’opera di RaMell Ross e operazioni come, ad esempio, Hardocore! di Il'ja Najšuller, interamente girato in soggettiva dove però la commistione di avventura, azione e fantasie cyborg ne fa più un gioco da vivere, che un’esperienza da fruire. Che è invece proprio l’intenzione del regista e sceneggiatore di I ragazzi della Nickel, alla scrittura insieme a Joslyn Barnes partendo dal testo premio Pulitzer di Colson Whitehead, il cui il libro omonimo su cui il film è basato è stato pubblicato nel 2019, ricevendo il riconoscimento l’anno successivo (il secondo dopo quello conquistato nel 2017 per La ferrovia sotterranea). Un lavoro sulla percezione, così lo ha definito RaMell Ross. Non un videogioco in cui prendere in mano le redini dei destini dei personaggi, bensì l’idea di un cinema immersivo che sostituisce la pelle del pubblico con quella dei protagonisti. Non a caso la “pelle” è esattamente il fulcro dell’opera sia letteraria che cinematografica, uno spaccato storico sugli anni Sessanta e la quotidianità delle leggi razziali (abrogate nel 1964 col Civil Rights Act).
Ispirato dagli eventi tragici realmente accaduti alla Arthur G. Dozier School for Boys in Florida, il racconto si concentra sul giovane Elwood Curtis che, dopo essere entrato in riformatorio per un’incomprensione, fa la conoscenza del compagno Jack Turner. Se già la pena detentiva è un ostacolo ad un futuro che per il ragazzo si prospettava più roseo di quanto il destino gli ha riservato, la sua condizione peggiorerà quando verrà gradualmente a conoscenza delle violenze che molti giovani subiscono all’interno dell’istituto, per poi venire uccisi e sepolti. Una storia vera, che lo diventa ancora di più filtrata dagli occhi dei personaggi. Lo scrutare dei ragazzi che diventa lo stesso del pubblico, attento e coinvolto mentre indaga con lo sguardo gli avvenimenti drammatici nella Nickel Academy, crescendo con i personaggi e, a propria volta, esplorando le loro idee legate alle parole di Martin Luther King per Elwood e alla convinzione che alla violenza si debba rispondere con altrettanta violenza di Turner.
Eppure è proprio la violenza che Ross non voleva spingersi a mostrare, non eccedendo alla facile opportunità di far entrare il suo POV nel vivo delle atrocità subite dai giovani dell’istituto, mostrando una pudicizia che non è timorosa, ma rispettosa e misurata, soprattutto a fronte della carica forte ed emotiva del film. Anche perché sarebbe bastato un attimo per sfociare in un dolore orchestrato per far soffrire appositamente lo spettatore, mentre è una delicatezza potente che passa per la camera - e quindi l’occhio, e quindi lo sguardo - de I ragazzi della Nickel. «Non voglio riprodurre tutto questo», ha spiegato il regista. «C’è già abbastanza violenza nella storia e si rischiava di rendere molte azioni vuote. E quando capisci di non volerla mostrare così com’è ti vengono in mente tanti altri modi diversi per arrivare a voler dire esattamente quella stessa cosa». In fondo è ciò che il regista ha fatto con la trovata della regia: ha cambiato l’angolo di riproduzione e ha scoperto che una storia si può raccontare da tanti punti di vista, anche così personali.
nickel boys (2024), a film by ramell ross. pic.twitter.com/wrfPXPwM0p
— alan. (@scarzulli) February 21, 2025
«Mi chiedo cosa proveranno le persone afro-americane vedendo la loro prospettiva letteralmente nell’immagine, simultaneamente a quella cinematografica», si è domandato il regista. «E poi mi chiedo anche cosa proveranno le persone che non fanno parte di questa minoranza, cosa sentiranno nel vestire i panni di qualcun altro. […] È un esperimento su come la realtà si allinea al personaggio, con la realtà vissuta che penetra nella realtà sensoriale degli spettatori. Mi sembrava un’opportunità da cogliere». Ed è tutto qui il senso de I ragazzi della Nickel, una sovrapposizione mai fine a se stessa, ma ad abbracciare tanto chi è nello schermo, che chi osserva dall’esterno. «È la cosa più folle del film», ha spiegato Nicholas Monsour, montatore dell’opera, secondo cui dopo aver visto la pellicola si finisce per guardare ai volti in maniera diversa. «Parte di ciò che è affascinante del POV in prima persona è che si impara a conoscere il personaggio attraverso ciò che sceglie di guardare, e questo mi ha detto molto sui protagonisti quando ho iniziato a vedere il film». Ma non è solo sensibilità, è tecnica. Per “l’orientamento teorico” Monsour è tornato sui testi dell’università sulla fenomenologia che studia la percezione, oltre al lavoro del filosofo Lewis Gordon che si occupa dei modi razziali, tutto materiale utile ai fini del montaggio. Una comunione tra repertorio, finzione e soggettiva: un viaggio non solo indietro nel tempo attraverso i personaggi de I ragazzi della Nickel, bensì al proprio interno.