A Guide to All Creative Directors

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L’Unione Europea punta sull’autosufficienza della filiera tessile

Tra guerre d’imposte e dazi, Bruxelles si sta muovendo in casa

L’Unione Europea punta sull’autosufficienza della filiera tessile Tra guerre d’imposte e dazi, Bruxelles si sta muovendo in casa

I tempi di poche certezze, l’unica cosa che si può fare è contare su se stessi: è questa la politica che l’Unione Europea sta cercando di attuare nei confronti della guerra dei dazi imposta negli ultimi mesi dal Presidente degli Stati Uniti Donald Trump. Una questione piuttosto ingarbugliata e poco chiara – anche perchè forse anche il governo statunitense è confuso dalle proprie mosse – ma nonostante sembra dover tangere solo gli USA e la Cina, la questione delle tariffe in un modo o nell’altro va a toccare tutti i paesi. Almeno per ora. Sono stati in molti a chiedersi sulle conseguenze di queste politiche sul mondo della moda e del lusso; c’è chi si aspetta una rivoluzione conservatrice tra i giganti della moda (capitanata da non altro che LVMH), chi invece usa la propria piattaforma durante la fashion week per mandare un messaggio politico e chi invece si sta muovendo dietro le quinte per allontanarsi dalla dipendenza da questi grandi poteri instabili. Come evidenziato da WWD, l’intento di Bruxelles è quello di sviluppare una filiera più forte e indipendente, sottraendosi il più possibile alle incertezze dettate dalle relazioni commerciali con Stati Uniti e Cina. Il focus principale sembra essere proprio il settore tessile, storicamente un comparto centrale per l’industria europea. L’obiettivo della Commissione Europea è quello di riconvertire la filiera rapidamente per competere sulla scala globale, allontanandosi dalle materie prime e le parti iniziali delle supply chain vittime di export ma ridurre al contempo la propria impronta ambientale. 

La Confederazione Europea dell’Abbigliamento e del Tessile (Euratex) ha dichiarato negli scorsi giorno come il settore tessile sia finalmente pronto a imboccare con decisione la strada della circolarità, definendo “un passo cruciale” l’avanzamento nella realizzazione della European Partnership for Textiles of the Future. Secondo l’organizzazione di Bruxelles, la Commissione Europea e la European Technology Platform for the Future of Textiles and Clothing (Textile ETP) si apprestano infatti a siglare un Memorandum d’Intesa, il cui completamento — previsto nei prossimi giorni — darà avvio a una serie di iniziative mirate alla circolarità e all’innovazione in tutti i 27 Stati membri, con l’obiettivo dichiarato di rafforzare l’autonomia strategica europea e promuoverne la competitività su scala globale. «L’innovazione è il punto di incontro tra sostenibilità e competitività,» ha osservato Mario Jorge Machado, presidente di Euratex. Al tempo stesso, ha specificato come la decisione della Commissione rappresenti un sostegno prezioso, ma che occorra considerarla soltanto come una base di partenza per un percorso più ambizioso verso un futuro tessile realmente circolare. L’idea alla base del “European Partnership for Textiles of the Future” è proprio questa: rafforzare la capacità industriale interna stimolando la ricerca e l’innovazione in funzione della sostenibilità. In altre parole, l’obiettivo è permettere al tessile europeo di rimanere competitivo in un mercato globale sempre più instabile, valorizzando competenze e know-how locali.

Da un lato, si promuovono nuove tecnologie e modelli di business circolari, dall’altro si incentiva la creazione di nuovi posti di lavoro di qualità e si punta a preservare la filiera produttiva, affinché resti radicata nel territorio europeo. È significativo che la Commissione, in collaborazione con attori privati, abbia previsto uno stanziamento di oltre 70 milioni di Euro per il periodo 2025-2030: una cifra che conferma la volontà di imprimere una svolta “green” e di portare il tessile ai vertici dell’innovazione nel quadro della transizione ecologica. Parallelamente, la questione dell’approvvigionamento di materie prime critiche si rivela cruciale per diversi settori, compresi quelli a elevato contenuto tecnologico e strategico, come l’industria militare o le auto elettriche. Come riportato da Il Post sembra che l’UE voglia scongiurare il ripetersi di uno scenario in cui, come già accaduto per l’energia, ci si ritrovi quasi totalmente dipendenti da fornitori esteri (come quanto era accaduto ad inizio invasione russa in Ucraina). I 47 progetti strategici annunciati dalla Commissione, con un investimento stimato di 22,5 miliardi di euro, si inseriscono in questa prospettiva di riduzione della vulnerabilità: anziché limitarsi ad acquistare metalli e risorse già lavorate all’esterno, l’Europa punta a sviluppare una “filiera chiusa” all’interno del proprio territorio, comprendente attività di estrazione, trasformazione e, soprattutto, riciclo di quelle stesse materie prime. 

L'insieme di iniziative non va letto come un mero tentativo di mettere dazi contro dazi o di chiudersi in se stessi. È invece il frutto di una riflessione su come gestire gli effetti di una globalizzazione che sta cambiando volto, soprattutto dopo la pandemia e la crisi generata dalla guerra in Ucraina, come sottolinea WWD. Lo scopo principale è rafforzare la resistenza economica e industriale dell’Europa, così da resistere meglio a shock esterni e contemporaneamente proseguire sulla strada della transizione verde. Naturalmente, il discorso tocca anche il mondo del lusso e della moda, settori in cui l’Europa eccelle e che hanno un peso economico, culturale e simbolico di primaria importanza. I dazi e le politiche commerciali statunitensi possono impattare pesantemente le esportazioni di prodotti Made in Europe; investire in autonomia strategica e in filiere resilienti serve dunque a difendere la competitività di marchi e imprese di fascia alta, senza sacrificare la qualità né l’ambizione di essere pionieri in materia di sostenibilità. È chiaro che Bruxelles sta cercando di controbattere il protezionismo imposto dalle due più grandi forze economiche al mondo con un protezionismo sostenibile. Qualora la filiera tessile dovesse effettivamente essere capace di camminare con le proprie gambe (considerando anche l’obiettivo sostenibilità), il piano della Commissione potrebbe effettivamente rappresentare un punto di svolta per l’intero panorama del lusso.