
McQueen e Givenchy si incontrano al debutto di Sarah Burton per la maison
Finalmente un po' di divertimento ai piani alti
07 Marzo 2025
Allo show di debutto di Sarah Burton per Givenchy le sedute erano pile di buste di carta ispirate ai file di archivio del fondatore. A giudicare dalla contrapposizione tra l'eredità del brand racchiusa in quelle pagine e il rumore della carta schiacciata dai fondoschiena dei presenti, ci si poteva aspettare uno show carico di storia e autoironia, e così è stato. Prendere in mano la direzione creativa della maison francese rappresenta la chiusura di un cerchio per la designer, allieva di Alexander McQueen che ha seguito le sue orme prima prendendo le redini del suo marchio e poi entrando negli atelier di Givenchy come lui fece dal 1996 al 2001. Certo, se i design di Hubert de Givenchy erano carichi di un’eleganza senza tempo, lo stesso non si poteva dire delle opere di McQueen, capolavori stilistici che oltre a lasciare a bocca aperta rappresentavano una critica alla fashion industry e alla società che il paradosso del lusso andava creando negli anni ’90. Insomma, i punti da cui prendere spunto per Sarah Burton in questa collezione erano ben diversi tra loro: da una parte la raffinatezza à la Audrey Hepburn di Givenchy, dall'altra il sarcasmo sensazionale di Lee McQueen. Considerata la relazione tormentosa tra la maison francese e l'enfant terrible, che aveva gravemente criticato il gruppo proprietario del brand LVMH per il modo in cui aveva provato a incatenare la sua creatività in favore della commercialità, intrecciare i due mondi poteva essere un lavoro spinoso per la designer britannica. Come sempre, però, Burton è riuscita ha fare le cose con ordine e misura, pesando ironia e bon ton nelle giuste dosi per una collezione tanto simpatica quanto seducente, commerciale ma non priva di pezzi da conversazione.
The seating at Sarah Burton’s debut for Givenchy, made to mimic piles of old paper pattern envelopes. Like the kind stored by M. Givenchy himself. When you sit down, they make a pleasant rustling sound. pic.twitter.com/krScrV0z8x
— Vanessa Friedman (@VVFriedman) March 7, 2025
Sarah Burton sa come fare un completo sartoriale da donna. Non bisogna neanche posare gli occhi sulla sua reinterpretazione dello smoking per Givenchy che sappiamo già cosa aspettarci: silhouette scultoree, abbinamenti metallizzati e un’attenzione minuziosa al punto vita delle signore. Con giacche girate su loro stesse, i tailleur grigi e neri riportano bottoni dorati sulla schiena mentre gonne a sigaretta scendono dritte sui polpacci; il decolleté è evidenziato da un taglio netto e triangolare che cala a picco verso l’addome, un dettaglio che dona un accento audace a un capo altresì convenzionale. Mentre il primo look ammicca a un certo “drama stilistico”, fatto di loghi in bella vista e di procacità che avevamo conosciuto con la direzione artistica del brand di Riccardo Tisci, gli altri capi riportano l’attenzione sull’heritage del brand. Nei mini dress, una tela di mesh trasparente scopre i capezzoli, ma le gonne di tulle e i fiocchi legati al collo, i drappeggi e la seta pomposa ricordano la dolcezza dell’attrice americana, musa di Givenchy in Funny Face. Così come quando lavorava per McQueen, i colori scelti da Burton in questa collezione sono pochissimi, a parte il debutto di un giallo acceso sotto forma di mega abito in tulle e di tuta in maglia a rete aderente. Gli orecchini sono pietre enormi incorniciate da quadri argentati, come i gioielli clip-on che si usavano un tempo; le borse sono geometriche, affilate, bianche o nere e decorate da sottili ganci in metallo. Gli stivaletti, tronchetti di vernice nera che riportano la stessa stampa della tuta iniziale - Givenchy Paris 1952 - rappresentano un amuse-bouche degli articoli di punta che la nuova direttrice creativa è pronta a lanciare sul mercato.
L'influenza dei lavori anni '50 di Givenchy è chiara nella collezione, malgrado i riferimenti alla direzione artistica di McQueen emergano in tutta forza come i veri protagonisti dello show. I ricami, fiori e uccelli su sfondo bianco, offrono un rimando romantico ai primi show di couture del designer inglese, la SS97 titolata Search for the Golden Fleece e la SS98 dal titolo The Japanese Garden. È l’unico spunto artistico che Burton decide di rubare al suo mentore - le corna, le ali e le maschere d’ispirazione mitologica greca le ha lasciate perdere, forse proprio perché al loro tempo erano state giudicate negativamente dalla critica di moda. I cappotti, i completi, gli abiti e persino i body sgambati ammiccano alla raffinatezza sartoriale sia di Hubert Givenchy che di McQueen in uno scontro amabile tra Inghilterra e Francia. Burton sprigiona un bel po’ di ironia in questa collezione, un lato della designer che non avevamo conosciuto finora e che appare sotto forma di cascate di gioielli rotti e di pietre preziose, un’infinità di cofanetti di cipria e di specchi portatili ricoprono body e minidress. È come se una giovane adolescente degli anni ’50 si fosse intrufolata nella camera da letto della mamma per provare la sua vanity station, per poi ritrovarsi in un bel pasticcio. In mezzo a completi da ufficio e body in maglia a rete che fanno venire voglia di andare a ballare con nient'altro che un paio di stivaletti di vernice e un bracciale d’argento, finalmente un po’ di leggerezza. Lo show è terminato in una meravigliosa standing ovation che ci conduce a pensare che da qui in poi sarà tutta in discesa per Sarah Burton, beniamina del lusso francese.